La disputa sugli universali

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In filosofia è detto “universale” ciò che è comune a più realtà individuali, per esempio le proprietà che definiscono una classe particolare di individui, un genere o una specie. La questione degli universali – già dibattuta da Porfirio e da Boezio, ma ‘esplosa’ definitivamente a partire dal secolo XII – verteva intorno al quesito se i predicati universali fossero solo realtà mentali, oppure avessero una realtà oggettiva al di fuori della mente, e, in quest’ultimo caso, se fossero realtà corporee o incorporee, se esistessero separate o solo nelle cose sensibili.

Ecco quali furono schematicamente le principali posizioni assunte nel corso del basso medioevo.

 

NOMINALISMO

della prima Scolastica

Roscellino (sec. XI-XII)           
Si richiama alla tradizione stoica. Le cose esistenti sono sempre individuali; perciò l’u. non esiste né in rein mente, ma è un segno dotato della capacità di essere predicato per più cose. Per cui l’u. è solo una vox,un flatus vocis (fiato di voce). 

  

REALISMO RADICALE

Guglielmo di Champeaux (sec. XI-XII)           
Si richiama alla tradizione platonica. L’u. sussiste ante rem, ossia prima della cosa; l’u. è un’essenza necessaria posta fuori dal tempo e costituisce la parte sostanziale della cosa individuale. 

  

CONCETTUALISMO

Abelardo (sec. XII)        
Accanto al suono del nome (vox) e agli individui da esso indicati(res), si mette in evidenza un terzo aspetto dell’universale, quello del concetto (sermo), ossia il significato universale che attribuiamo collettivamente alle cose. L’u. non è nelle cose né esiste prima di esse, ma viene dopo (post rem), come concetto o discorso mentale che ha origine da un processo di astrazione dell’intelletto e genera l’intellezione.

  

REALISMO MODERATO

Tommaso d’Aquino          (sec. XIII)            
Si richiama alla tradizione aristotelica e cerca di trovare una giustificazione sia alle ragioni dei nominalisti, sia a quelle dei realisti e dei concettualisti. L’u., infatti, esiste sia in re (perché l’u. è la forma delle cose, ciò che le fa essere quello che sono), sia ante rem (perché, in quanto forma, prima di essere nelle cose, era nella mente di Dio), sia post rem (perché è ricavato dalle cose, con un procedimento di astrazione, nel momento in cui l’intelletto umano conosce le cose). La formula di questo indirizzo sarà: universalia post rem, cum fundamento in re.

  

NOMINALISMO

della tarda Scolastica

Guglielmo d’Ockham        (sec. XIV)            
È noto il cosiddetto ‘rasoio di Ockham’, secondo cui non si devono moltiplicare inutilmente gli enti (frustra fit per plura quod per pauciora fieri potest; che nella formulazione posteriore sarà: entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem). L’u. non esiste come ente dotato di esistenza autonoma, oggetto di conoscenza, perché la sola realtà esistente e conoscibile è l’individuo. L’u. esiste, tuttavia, come strumento del linguaggio. Si individua infatti una funzione universale dei termini chiamata segno (suppositio, da supponere, «stere per»), che ha un carattere “naturale” come “termine mentale” (ossia il concetto) ed ha un carattere convenzionale come “termine orale o scritto” (ossia il linguaggio, la  parola).  La ‘naturalità’ del segno del concetto esprime semplicemente il rapporto del concetto con la cosa: non c’è una giustificazione metafisica, ma empirica, ossia il concetto deriva dalla cosa, che da sé sola produce nella mente il segno che la rappresenta.Pluralitas

Per ulteriori informazioni  si può consultare il seguente link:

http://www.parodos.it/filosofia/suniv.htm

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I flagellanti nel XIV secolo

(L’immagine sopra riportata è tratta dal testo di A. CAMERA – R. FABIETTI, Elementi di storia. Dal XIV al XVII secolo, Bologna 2001, p. 21).

Nel breve video che segue è possibile vedere la scena del film di Ingmar Bergman in cui il corteo dei flagellanti fa il suo macabro ingresso nel villaggio:

ABELARDO ed ELOISA

Abelardo ed Eloisa

La vicenda medievale di Abelardo ed Eloisa  è giunta a noi  – attraverso la temperie illuministica prima, con Jean Jacques Rousseau, e il clima romantico poi –  come l’espressione dell’amore invincibile. Un amore appassionato, in cui sensualità carnale e spiritualità si fondono drammaticamente assieme. L’Historia calamitatum del filosofo ed il carteggio tra i due amanti – documenti la cui autenticità è stata ormai ampiamente comprovata ed accolta – danno profondità ed ampiezza letteraria ad uno degli amori più controversi e discussi della storia dell’occidente.

Qui di seguito segnalo alcuni links, quali utili strumenti per introdurre alla loro storia:

http://www.homolaicus.com/storia/medioevo/abelardo/

http://it.wikipedia.org/wiki/Abelardo_ed_Eloisa

http://www.filosofico.net/abelarrrdeloisa.htm

http://www.summagallicana.it/lessico/a/Abelardo.htm

Vorrei quindi concludere con una breve ma intensa citazione, tratta dalla prima lettera di Eloisa ad Abelardo, dalla quale emerge con chiarezza l’autenticità e la modernità con cui ella visse e comprese il sentimento che la legava al suo amato:

«Quei piaceri d’amore che abbiamo gustato insieme sono stati così dolci per me, che non posso pentirmene e nemmeno cancellarne il ricordo. Da qualunque parte mi volga mi sono sempre davanti agli occhi con tutta la forza della loro attrazione. Anche quando dormo mi perseguitano le loro illusioni; perfino nei momenti solenni della messa, quando la preghiera deve essere più pura, le immagini oscene di questi piaceri si impadroniscono talmente della mia povera anima che mi abbandono più a queste turpitudini che alla preghiera. Io, che dovrei piangere su quello che ho fatto, sospiro invece per ciò che ho perduto, e non solo quello che abbiamo fatto insieme, ma i luoghi, i momenti in cui l’abbiamo fatto sono talmente impressi nel mio cuore che li rivedo con te in tutti i particolari e non me ne libero nemmeno durante il sonno. Talvolta anche i movimenti del corpo rivelano i pensieri  dell’anima ed essi si tradiscono con parole involontarie. Come sono infelice e come ho diritto di ripetere quel lamento di un’anima gemente: “Me sventurata, chi mi libererà da questo corpo di morte?”».