Breve annotazione sul “Bardo tödöl”, il libro tibetano dei morti

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Leggendo “Il libro tibetano dei morti” (Bardo tödöl), (1985 UTET, a cura di Giuseppe Tucci) non se ne può non subire l’inevitabile fascino: di grande suggestione risulta la valenza culturale e spirituale che queste tematiche sono in grado di suscitare, in particolar modo per l’alterità del punto di vista che offrono rispetto alla tradizione occidentale. La loro comprensione in realtà dipende dalla maturità della mente, non importa se uno vive in Oriente o in Occidente. 

La parola Bardo significa ‘esistenza intermedia’, ‘trapasso’, un temporaneo sopravvivere alla morte. La parola tödöl significa ‘liberazione’. Infatti questo poema simbolico tibetano, in lingua sanscrita, parla di una tecnica iniziatica per compiere un viaggio interiore e giungere alla liberazione dalla paura della morte. Malgrado la denominazione, quest’opera è scritta per i vivi e non per i morti.

Il trattato del Bardo tödöl conduce il principio cosciente del defunto per i 49 giorni che passano tra la morte e la nuova incarnazione, sorte estrema riservata agli infimi. Quando una persona è spiritualmente matura la salvazione è certa: non si può rinascere a questa vita. Colui che non sia così imbrigliato dal carma da non intendere questi insegnamenti ha di fronte a sé infinite possibilità di salvezza, che lo sottrarranno al dolore della vita o piuttosto all’illusione della vita. La trasmigrazione (samsara) si riduce, in definitiva, alla trasmissione di un errore. L’individuo è solo pensiero, pensiero illusorio ed erroneo: un pensiero che non riconosce se stesso come miraggio. Sapere è vincere. Conoscenza è liberazione. E liberazione vuol dire spegnimento di questo miraggio che è la vita individuale. Come essa nasca dalla verità lucente e per quale offuscamento, come dice Lao Tzu, è il mistero dei misteri.

Il Bardo tödöl vuole dissolvere l’illusione dell’io nella luce incolore, impassibile, immobile della coscienza essenziale. L’eternità è sospesa ad un istante: “in un solo istante uno diventa Buddha perfetto”.  In quel momento si riconosce intuitivamente che noi siamo quella luce incolore; scomparendo in essa, più non si rinasce. La vita è tormentata preparazione alla morte, anzi non ha altro scopo che condurci a quella di uno stato di serenità raccolta ed agguerrita che ci ponga in condizione di poterla affrontare, di passare vittoriosi oltre le sue soglie e di svincolarci dai legami della maya. Aver già avuto esperienza di quei rapimenti di mistica esaltazione –  nei quali, sia pure per breve tempo, la creatura dimentica la propria caducità mortale e si identifica con la coscienza cosmica –  nel momento della morte renderà più facile il riconoscimento: è come un incontro con una persona nota, non ci sarà più luogo a dubbio o smarrimento.

Nella concezione buddhista la consapevolezza chiara, al momento della morte della propria essenza, opera la salvazione, perché il morente si consustanzia con quel piano al quale è rivolto il suo pensiero nell’ora estrema: “su quale che sia la forma d’essere su cui uno medita, sul punto di abbandonare il corpo, verso quella solo egli fluisce, perché da quella sempre la sua natura sarà influenzata” (Canto del Beato, VIII, 6). Insomma: “ognuno otterà quella forma di esistenza sulla quale è concentrato il suo cuore quando muore” (Kathasaritsagara). Così meditando molte creature saranno liberate, ma altre, sopraffatte dal carma, non avranno scampo: la rinascita per loro è fatale. Infatti, il carma susciterà immagini paurose che lo sospingeranno a prendere rifugio in grotte, caverne o fiori di loto, dove crederà di trovare scampo dai turbini che lo incalzano o dai demoni che lo inseguono e sarà quello l’ingresso fatale in una delle deprecabili forme di esistenza, nelle quali rinascendo egli espierà le sue colpe e la sua ostinazione nell’errore. Durata della vita e genere della morte non possono sfuggire al carma.

“La vita è sogno, magari anche l’ombra di un sogno e chi ha senno deve liberarsene per sempre ed agognare la pace del nirvana, dove si spegne ogni vanità della persona; ma l’uomo ha sempre amato questo sogno e quando la morte incombe con implacabile certezza, la vita non cede in quest’ultima battaglia senza accoramenti e rimpianti. Tutto è dolore, vanità, illusione; ma questo cielo, questa luce, questa armonia delle cose, sono una fascinosa lusinga, alla quale la morte non sa contrapporre che lo squallore del suo mistero” (Giuseppe Tucci).

 

 

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